L’intelligenza artificiale e il mercato del lavoro: cosa dice la ricerca Anthropic

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Manlio Carlo Soldani, Notaio in Domodossola · 7 marzo 2026


Il 5 marzo 2026 Anthropic — la società di ricerca sull’intelligenza artificiale che sviluppa Claude — ha pubblicato uno studio intitolato “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence”, firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory. Si tratta di uno dei contributi più seri e metodologicamente onesti apparsi finora sul tema dell’impatto dell’IA sull’occupazione. Vale la pena leggerlo con attenzione, anche perché chi lo ha scritto ha tutto l’interesse a non essere allarmista, e tuttavia non esita a segnalare alcune tendenze preoccupanti.

Il problema dei modelli predittivi sull’occupazione

Chi studia il mercato del lavoro sa bene quanto sia difficile prevedere cosa “distruggerà” l’occupazione. Gli autori lo ricordano subito in apertura: un celebre studio sulla offshorabilità dei lavori aveva identificato un quarto dei posti di lavoro americani come vulnerabili alla delocalizzazione. Un decennio dopo, quei posti erano sostanzialmente intatti. Le previsioni governative sull’evoluzione dell’occupazione si rivelano spesso non molto più accurate di una semplice estrapolazione lineare. Persino gli studi sull’impatto dei robot industriali giungono a conclusioni opposte.

L’obiettivo degli autori non è dunque fare previsioni apocalittiche né rassicuranti. È costruire uno strumento di misura affidabile da aggiornare nel tempo, capace di segnalare i segnali deboli prima che il danno diventi evidente.

Il concetto di “esposizione osservata”

Il cuore metodologico dello studio è l’introduzione di una nuova metrica chiamata observed exposure (esposizione osservata). A differenza dei modelli precedenti, che misuravano la capacità teorica dei modelli linguistici di sostituire certi compiti, questa metrica combina due dimensioni:

  • La capacità teorica degli LLM di velocizzare o automatizzare un dato compito (basata su ricerche preesistenti);
  • L’utilizzo reale di Claude in contesti lavorativi professionali, ricavato dall’Anthropic Economic Index, con preferenza per gli usi automatizzati rispetto a quelli di mero supporto.

Il risultato è istruttivo: l’IA è ancora molto lontana dal raggiungere il suo potenziale teorico. Per esempio, nella categoria “Informatica e Matematica” — la più esposta — Claude copre attualmente solo il 33% dei compiti teoricamente eseguibili. Vincoli legali, procedure di verifica umana, specifici requisiti software e inerzie organizzative spiegano gran parte del divario tra ciò che l’IA potrebbe fare e ciò che fa concretamente.

Chi è più esposto?

Le professioni con la maggiore esposizione osservata sono, in ordine:

  1. Programmatori informatici (copertura del 75%)
  2. Addetti al servizio clienti
  3. Inseritori di dati (67%)

Seguono analisti finanziari, revisori contabili, paralegal e altre professioni prevalentemente cognitive e documentali. Al contrario, cuochi, meccanici, bagnini, baristi e tutte le professioni fisiche o manuali mostrano esposizione praticamente nulla.

Il profilo demografico dei lavoratori più esposti è rivelatore: rispetto ai meno esposti, sono più istruiti, più spesso donne, con stipendi più alti del 47%, con una quota quattro volte superiore di laureati con master o dottorato. L’IA, in altre parole, non colpisce i lavoratori meno qualificati: colpisce la classe professionale istruita.

Gli effetti sull’occupazione: la fotografia attuale

Qual è lo stato delle cose ad oggi? La risposta degli autori è prudente ma non rassicurante.

Non esiste, allo stato attuale, un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni più esposte. Tuttavia, emergono segnali preliminari di un rallentamento nelle assunzioni di lavoratori giovani (22-25 anni) proprio nelle occupazioni più esposte all’IA.

Il tasso di ingresso in queste professioni per i giovani è diminuito di circa il 14% rispetto al 2022, mentre le professioni meno esposte mostrano stabilità. Gli autori sottolineano che questo fenomeno — il rallentamento delle assunzioni più che i licenziamenti — è coerente con ciò che altri ricercatori (Brynjolfsson et al.) hanno già segnalato usando dati diversi.

Detto questo, gli autori mantengono una sana cautela: i dati sui giovani lavoratori nei sondaggi sono più soggetti a errori di misurazione, e chi non viene assunto potrebbe semplicemente rimanere nel suo lavoro precedente, cambiare settore o tornare a studiare.

Le professioni legali: un caso specifico

Fin qui la visione d’insieme. Veniamo ora al tema che più riguarda chi opera nel settore giuridico: l’impatto dell’IA sulle professioni legali.

Lo studio Anthropic non isola esplicitamente notai o avvocati in una categoria separata, ma le indicazioni sono inequivocabili. I compiti tipici delle professioni legali rientrano largamente nell’area di teorica esposizione elevata. Lo stesso studio cita, tra gli esempi di compiti teoricamente eseguibili da un LLM ma non ancora osservati in uso reale, attività che nel contesto giuridico italiano possiamo facilmente riconoscere: redazione di atti standard, verifica di conformità normativa, ricerca giurisprudenziale, analisi di clausole contrattuali.

Perché allora l’esposizione osservata nel settore legale è ancora bassa rispetto al potenziale? Gli autori lo spiegano chiaramente: vincoli legali, requisiti di verifica umana, barriere software specifiche e altri ostacoli rallentano la diffusione dell’IA anche dove essa sarebbe tecnicamente capace di operare.

Nel diritto italiano questo è particolarmente vero. La funzione notarile, per esempio, non è riducibile alla sola redazione documentale: essa incorpora una responsabilità pubblica — il notaio come pubblico ufficiale — che non è delegabile a un sistema automatizzato. L’IA può aiutare il notaio a redigere, verificare, ricercare, confrontare, ma non può autenticare nel senso giuridico del termine. Lo stesso vale per la rappresentanza in giudizio degli avvocati, esplicitamente citata dallo studio come esempio di compito “fuori dalla portata dell’IA”.

Ciò detto, il rischio reale per le professioni legali non è la sostituzione frontale del professionista, ma un fenomeno più sottile: il rallentamento nell’ingresso dei giovani nella professione. Se un’IA può svolgere il lavoro di un paralegal, di un praticante, di un giovane collaboratore di studio, il mercato del lavoro giuridico junior — cioè il bacino da cui si formano i professionisti del futuro — potrebbe restringersi prima ancora che l’impatto sia visibile sugli studi già strutturati.

Cosa fare, concretamente

La ricerca Anthropic non offre ricette, ma alcune implicazioni pratiche sembrano chiare per chi opera nel settore legale.

1. Monitorare l’evoluzione, non ignorarla. Lo studio è esplicitamente pensato come un framework aggiornabile. Il messaggio è: oggi l’impatto è limitato, ma i segnali anticipatori ci sono già. Chi non monitora non si adatta.

2. Distinguere tra compiti automatizzabili e funzioni irriducibili. La ricerca e la redazione di documenti standard sono compiti ad alta esposizione. La consulenza strategica, il ragionamento su casi complessi, la gestione delle relazioni con il cliente e la responsabilità professionale sono funzioni che rimangono saldamente umane. La sfida per ogni studio legale o notarile è mappare chiaramente dove sta il confine.

3. Formarsi e formare i collaboratori. Il rallentamento nelle assunzioni junior potrebbe essere attenuato se i giovani che entrano nel settore arrivano già con competenze di utilizzo avanzato dell’IA — non come alternativa al sapere giuridico, ma come moltiplicatore di esso. Chi sa usare l’IA non viene sostituito da essa; chi non la sa usare rischia di essere sostituito da chi lo sa fare.

4. Partecipare al dibattito normativo. Le professioni regolamentate — e quella notarile in particolare — hanno voce in capitolo sulla definizione dei confini legali dell’automazione. L’AI Act europeo, le linee guida del CNN sull’intelligenza artificiale, le discussioni in corso sulla responsabilità degli strumenti AI nel contesto professionale: sono tutti tavoli in cui la presenza e il contributo dei professionisti del diritto è non solo opportuna ma necessaria.

Conclusione

Lo studio Anthropic è, in fondo, una buona notizia mascherata da avvertimento. Buona notizia: l’IA non ha ancora distrutto nessun mercato del lavoro, e la distanza tra capacità teorica e utilizzo reale è ancora enorme. Avvertimento: le tendenze che contano — il rallentamento delle assunzioni junior, la correlazione tra esposizione e proiezioni di crescita occupazionale inferiori — stanno già emergendo, con cinque o dieci anni di anticipo rispetto ai danni più visibili.

Per chi opera nelle professioni giuridiche, la lezione è quella che i buoni professionisti hanno sempre saputo: la conoscenza tecnica non basta, se non è accompagnata dalla capacità di adattarsi al cambiamento. L’IA non è una minaccia per chi la integra nel proprio modo di lavorare. Potrebbe diventarlo per chi la ignora.


Manlio Carlo Soldani
Notaio in Domodossola
Studio Notarile Soldani e Carraro — Via Camillo Prampolini n. 14, 28845 Domodossola (VB)
Tel. 0324 066077 · domodossola@notaiosoldani.it · www.notaiosoldani.it


Fonte: Massenkoff M., McCrory P., “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence”, Anthropic, 5 marzo 2026. Disponibile su: anthropic.com/research/labor-market-impacts

 


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