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Il mondo tech e le professioni regolamentate corrono verso lo stesso orizzonte. È tempo di smettere di guardarsi con sospetto e cominciare a costruire insieme. Con la politica fiscale che fa la sua parte.

di Manlio Carlo Soldani, Notaio in Domodossola


Nel dibattito pubblico sulla digitalizzazione si è consolidata, negli ultimi anni, una narrazione che merita di essere messa in discussione. Da un lato il mondo della tecnologia — startup, piattaforme, sviluppatori di intelligenza artificiale — che rivendica spazio, mercati, deregolamentazione, presentandosi come il motore della competitività futura. Dall’altro le professioni regolamentate — avvocati, notai, commercialisti, medici, ingegneri — percepite come un argine conservatore, una resistenza corporativa al cambiamento, un residuo novecentesco destinato a essere eroso dalla pressione dell’innovazione.

È una narrativa sbagliata. E il fatto che sia diventata dominante rivela più una debolezza di rappresentanza delle professioni che una verità economica o sociale. La realtà è più complessa, più interessante e, soprattutto, più ricca di opportunità di quanto questo schema binario lasci supporre.


Due mondi che servono le stesse persone

Per capire perché la contrapposizione tra tech e professioni sia un errore di prospettiva, basta chiedersi a chi servono gli uni e gli altri. Le imprese italiane — in particolare le PMI che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo — hanno bisogno di entrambi. Hanno bisogno di strumenti digitali per competere su mercati sempre più veloci, per gestire la complessità operativa, per automatizzare i processi ripetitivi, per accedere a dati e analisi che un tempo erano appannaggio delle grandi corporation. E hanno bisogno di professionisti per navigare la complessità giuridica, fiscale e regolamentare che ogni attività d’impresa inevitabilmente incontra: dalla costituzione alla cessione, dal contratto al contenzioso, dall’adempimento tributario alla pianificazione successoria.

Il tech e le professioni non sono dunque in competizione per lo stesso spazio: occupano spazi complementari nello stesso ecosistema. Quando una piccola impresa affronta un’operazione straordinaria — una fusione, una cessione di ramo d’azienda, un conferimento immobiliare — ha bisogno che il suo consulente legale e fiscale sia aggiornato, efficiente, capace di elaborare scenari complessi in tempi rapidi. Ha bisogno, in altri termini, di un professionista che abbia già integrato la tecnologia nel proprio modo di lavorare.

«Il tech e le professioni non competono per lo stesso spazio: occupano spazi complementari nello stesso ecosistema economico. Separarli produce inefficienze per entrambi — e per i clienti che li servono.»


La tecnologia come strumento, non come sostituto

Occorre sgombrare il campo da un equivoco che ha avvelenato il dibattito. La tecnologia — e l’intelligenza artificiale in particolare — non è un sostituto delle professioni intellettuali, così come non lo è delle imprese. È uno strumento. Uno strumento straordinariamente potente, capace di moltiplicare la produttività, di elaborare volumi di informazioni inaccessibili al singolo, di ridurre i margini di errore su operazioni ripetitive. Ma uno strumento che, senza la guida di una competenza professionale matura, rischia di produrre output privi del necessario radicamento nel diritto vivente, nella prassi istituzionale, nella comprensione del contesto umano in cui ogni atto giuridico si inserisce.

Un modello di intelligenza artificiale può analizzare migliaia di sentenze in pochi secondi. Non sa, però, leggere l’orientamento silenzioso di un ufficio del registro in una provincia di confine. Non sa cogliere la sfumatura che distingue un atto opponibile ai terzi da uno che non lo è. Non sa guidare una famiglia attraverso una successione difficile, ascoltando le tensioni che non vengono mai messe per iscritto. La conoscenza professionale non è un archivio di regole: è una competenza viva, contestuale, relazionale. Nessuna piattaforma, per quanto sofisticata, la può sostituire. Può, però, potenziarla in misura straordinaria.

Allo stesso modo, la tecnologia non sostituisce le imprese: le rende più competitive. Un’azienda manifatturiera che adotta l’automazione non scompare — produce di più, meglio, a costi inferiori. Un professionista che adotta l’intelligenza artificiale non viene reso superfluo: libera il proprio tempo dagli adempimenti ripetitivi per concentrarlo sul giudizio, sull’interpretazione, sulla relazione con il cliente. Questo è il matrimonio che serve: non una resa, non una sostituzione, ma una moltiplicazione reciproca delle capacità.


Il patrimonio conoscitivo delle professioni: una ricchezza da potenziare, non da disperdere

C’è un aspetto che il discorso pubblico sulla digitalizzazione tende a trascurare: il valore del patrimonio conoscitivo accumulato dalle professioni regolamentate nel corso di decenni — in alcuni casi di secoli — di pratica quotidiana. Non si tratta di un valore astratto o sentimentale. Si tratta di un asset economico concreto, costruito attraverso milioni di atti, contratti, consulenze, controversie, interpretazioni normative. Un patrimonio che vive nelle persone, nelle prassi, nelle consuetudini professionali, e che costituisce una parte essenziale dell’infrastruttura giuridica ed economica del paese.

Questo patrimonio non va difeso dalla tecnologia: va potenziato grazie a essa. Le professioni che sapranno integrare gli strumenti di intelligenza artificiale nella gestione della propria conoscenza — sistemi di ricerca semantica su archivi di atti, automazione dei calcoli fiscali complessi, supporto alla redazione di bozze, analisi predittiva di rischi contrattuali — offriranno ai propri clienti un servizio qualitativamente superiore, più rapido, più accurato, meno esposto all’errore umano su operazioni standardizzabili.

Il rischio vero non è che la tecnologia sostituisca i professionisti. Il rischio è che i professionisti che non abbracciano la tecnologia vengano progressivamente marginalizzati rispetto a quelli che lo fanno — e rispetto alle grandi strutture internazionali che già operano con strumenti avanzati. In questo scenario, a perdere non sarebbero solo i singoli studi professionali, ma i loro clienti: le imprese italiane che si troverebbero a fare affidamento su consulenti sempre meno attrezzati per navigare la complessità del mercato contemporaneo.

«Il rischio non è che la tecnologia sostituisca i professionisti. Il rischio è che i professionisti che non abbracciano la tecnologia perdano terreno — e con loro le imprese che li affiancano.»


Le professioni come supporto strategico alle imprese: un valore che la politica deve riconoscere

Il sistema delle professioni regolamentate italiane non è un insieme di corporazioni autoreferenziali. È una componente strutturale del sistema di supporto alle imprese. Ogni azienda che opera nel mercato — dalla startup innovativa alla grande impresa — si avvale continuamente di competenze professionali esterne: per la strutturazione dei contratti, per la pianificazione fiscale, per la gestione delle operazioni sul capitale, per gli adempimenti normativi, per la tutela in sede giudiziaria. In molti paesi europei questa funzione è esplicitamente riconosciuta nelle politiche industriali: le professioni vengono trattate come un’infrastruttura di servizio alle imprese, e come tale incluse nei programmi di modernizzazione e incentivazione.

In Italia questo riconoscimento è ancora largamente assente. Le politiche di incentivazione alla transizione digitale — dall’Industria 4.0 alle sue successive evoluzioni — sono state strutturate pensando prevalentemente al settore manifatturiero e alle imprese in senso stretto. I professionisti ne sono rimasti ai margini, nonostante il loro ruolo di intermediari indispensabili tra le imprese e il sistema giuridico-fiscale.

Questa lacuna non è irrilevante sul piano economico. Se le imprese italiane devono essere supportate da professionisti moderni e tecnologicamente attrezzati per competere sui mercati internazionali, allora la modernizzazione delle professioni è parte integrante della modernizzazione del sistema produttivo. Non è un obiettivo parallelo: è lo stesso obiettivo, visto da un’angolazione diversa.


L’asimmetria fiscale: un ostacolo strutturale

Costruire un’infrastruttura tecnologica adeguata per uno studio professionale moderno richiede investimenti significativi: hardware dedicato, piattaforme software, sistemi di gestione documentale intelligente, strumenti di analisi e ricerca basati su intelligenza artificiale, formazione del personale, aggiornamento continuo. Investimenti che, per uno studio medio, possono raggiungere e superare i ventimila euro nel primo anno, con costi ricorrenti nei successivi. Investimenti strutturali, per natura e finalità identici a quelli che un’impresa manifatturiera affronta quando aggiorna il proprio parco macchine o implementa un sistema di gestione integrato.

Con una differenza fondamentale: l’impresa può accedere a un sistema articolato di agevolazioni fiscali — crediti d’imposta, iperammortamenti, deduzioni potenziate — concepite proprio per sostenere la transizione tecnologica. Il professionista non ha nulla di equivalente. Effettua lo stesso investimento, per le stesse finalità, producendo gli stessi benefici in termini di efficienza e qualità del servizio, ma senza alcun sostegno pubblico.

Questa asimmetria non è solo una questione di equità formale tra categorie di contribuenti. È un errore di politica economica. Scoraggia la modernizzazione di un settore che è parte integrante del sistema di supporto alle imprese. Rallenta la formazione di quelle sinergie tra competenza professionale e tecnologia che potrebbero elevare la qualità del servizio a beneficio dell’intero tessuto produttivo. E perpetua una divisione artificiale — tra mondo delle imprese e mondo delle professioni — che non ha giustificazione nella realtà economica, ma solo in un’inerzia classificatoria del sistema fiscale.


Il matrimonio che serve: e il ruolo dello Stato nell’agevolarlo

Un matrimonio, per essere solido, ha bisogno di condizioni favorevoli. Nel caso del rapporto tra professioni e tecnologia, queste condizioni non si creano spontaneamente: richiedono un intervento consapevole della politica.

Il primo e più urgente intervento riguarda proprio la politica fiscale. Estendere ai professionisti gli incentivi già previsti per le imprese sugli investimenti in tecnologia — un credito d’imposta, una deduzione potenziata, un regime agevolato sull’ammortamento di beni immateriali digitali — sarebbe una misura di semplice formulazione e di grande impatto sistematico. Costerebbe poco in termini di gettito, perché il numero di studi professionali è quantificabile e gli investimenti tecnologici sono documentabili. Produrrebbe molto in termini di accelerazione della modernizzazione di un comparto che serve direttamente milioni di imprese e cittadini.

Ma il ruolo della politica non si esaurisce nella fiscalità. Occorre anche un cambio di narrativa: riconoscere esplicitamente, nei documenti di programmazione economica e nei provvedimenti di politica industriale, che le professioni regolamentate sono parte del sistema di competitività del paese. Che la loro modernizzazione non è un obiettivo di categoria, ma un obiettivo sistemico. Che investire nella capacità tecnologica degli studi professionali è investire nella capacità competitiva delle imprese che quegli studi assistono.

Il mondo tech, dal canto suo, ha la responsabilità di rivedere l’approccio con cui si avvicina ai mercati professionali. Costruire piattaforme che cercano di erodere lo spazio delle professioni — presentandosi come sostituti low-cost della consulenza qualificata — è una strategia miope, oltre che culturalmente arrogante. Le professioni non sono un mercato da conquistare: sono un interlocutore con cui co-costruire strumenti più potenti ed efficaci. Le aziende tech che hanno capito questo — e alcune lo hanno capito — stanno sviluppando prodotti di qualità superiore, perché hanno incorporato nella loro architettura la conoscenza professionale che nessun dato di training può sostituire.

«Il mondo tech che cerca di erodere lo spazio delle professioni sceglie una strategia miope. Le professioni non sono un mercato da conquistare: sono l’interlocutore con cui costruire strumenti migliori.»


Dalla concorrenza alla complementarità: un cambio di paradigma

Il passaggio dalla logica della concorrenza a quella della complementarità non è soltanto auspicabile in astratto: è già in atto in molti contesti avanzati. Gli studi professionali che hanno abbracciato la tecnologia non hanno perso identità né competenze: le hanno moltiplicate. Un notaio che utilizza sistemi intelligenti per la gestione fiscale degli atti, per la ricerca giuridica, per la generazione assistita di bozze, non è un notaio ridotto a operatore di macchine: è un notaio che può dedicare più tempo alla qualità del giudizio, alla relazione con il cliente, alla costruzione di soluzioni giuridiche creative che nessun algoritmo genererebbe autonomamente.

Allo stesso modo, le piattaforme fintech, proptech e legaltech che hanno costruito rapporti strutturati di collaborazione con i professionisti — anziché cercare di aggirarli — hanno sviluppato prodotti più robusti, più affidabili, più capaci di superare le complessità del mercato italiano. Il diritto italiano è complesso. Il sistema fiscale italiano è tra i più articolati al mondo. Pretendere di automatizzarne la gestione senza il contributo di chi lo pratica quotidianamente è un errore che il mercato, prima o poi, punisce.

La sinergia tra professioni e tecnologia non è dunque un’utopia: è una necessità economica. E come ogni necessità economica, funziona meglio quando le condizioni quadro la favoriscono. Quando la politica fiscale riconosce che entrambe le parti hanno bisogno di investire per far funzionare questa sinergia. Quando le associazioni di categoria e gli ordini professionali smettono di difendere posizioni e cominciano a costruire ponti. Quando le aziende tech capiscono che la conoscenza professionale non è un ostacolo da aggirare, ma una risorsa da valorizzare.


Conclusione: il paese ha bisogno di entrambi

L’Italia ha un sistema di professioni regolamentate tra i più qualificati d’Europa. Ha anche un ecosistema tecnologico in rapida crescita, ricco di talenti e di capacità innovative. Non ha ancora trovato il modo di farli lavorare insieme con la stessa intensità con cui ciascuno lavora separatamente.

Colmare questo gap richiede volontà politica, lungimiranza industriale e un cambio culturale che superi la logica dello scontro. Il tech non è il nemico delle professioni: è il loro moltiplicatore naturale. Le professioni non sono il freno del tech: sono il terreno di conoscenza senza cui molte innovazioni restano inapplicabili nella realtà complessa del diritto e del mercato.

Costruire le condizioni perché questo matrimonio sia possibile — a partire da una politica fiscale che smetta di trattare i professionisti come soggetti irrilevanti per la transizione digitale del paese — non è un atto di generosità verso una categoria. È un atto di intelligenza strategica nell’interesse di tutti.


Manlio Carlo Soldani
Notaio in Domodossola
Via Camillo Prampolini n. 14 — Collegio Notarile di Verbania
domodossola@notaiosoldani.it — tel. 0324 066077

 


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