Oracle, l’AI e la Grande Scommessa: quando i data center costano più degli stipendi

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La notizia è rimbalzata su tutti i media finanziari e tech nelle ultime settimane: Oracle, uno dei colossi mondiali del software enterprise, starebbe pianificando il licenziamento di 20.000-30.000 dipendenti — tra il 12% e il 18% della sua forza lavoro globale — non perché l’azienda vada male, ma perché ha scommesso tutto sull’intelligenza artificiale e ora ha bisogno di liquidità. Urgentemente.

È una storia che vale la pena raccontare, perché dice qualcosa di profondo sul momento che stiamo vivendo: la Quarta Rivoluzione Industriale non si limita a cambiare i lavori. Li elimina anche per pagare le macchine che la alimentano.


La scommessa di Larry Ellison

Oracle, guidata dal suo fondatore e presidente esecutivo Larry Ellison, ha deciso di diventare un protagonista di primo piano nell’infrastruttura cloud per l’intelligenza artificiale, sfidando direttamente Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud.

Per farlo, ha stretto un accordo colossale con OpenAI — stimato in circa 300 miliardi di dollari di partnership a lungo termine — nell’ambito del progetto Stargate, l’iniziativa annunciata alla Casa Bianca che prevede investimenti per 500 miliardi di dollari in quattro anni in infrastrutture AI negli Stati Uniti. Tra i clienti chiave di Oracle Cloud Infrastructure figurano anche AMD, Meta, NVIDIA, TikTok e xAI (la società di Elon Musk).

Per supportare questi contratti, Oracle dovrebbe approvvigionarsi di circa 3 milioni di GPU e costruire data center di scala enormi in Texas, Wisconsin, New Mexico e Michigan. La stima dei costi di capitale per onorare solo l’accordo con OpenAI si aggira sui 156 miliardi di dollari.


Il problema: i soldi non bastano (e le banche si sono tirate indietro)

Qui inizia il vero problema. Oracle non è Amazon, non è Microsoft: non ha la stessa profondità di bilancio dei cosiddetti hyperscaler. Per finanziare questa corsa, ha dovuto ricorrere massicciamente al mercato del debito.

In pochi mesi ha raccolto circa 58 miliardi di dollari tra prestiti e obbligazioni: 38 miliardi per i data center in Texas e Wisconsin, 20 miliardi per il campus del New Mexico. Il debito complessivo ha superato i 100 miliardi di dollari.

E il mercato ha iniziato a tremare.

Secondo un’analisi della banca d’investimento TD Cowen, diversi istituti di credito americani si sono ritirati dai progetti di project finance collegati a Oracle. Il motivo: i dubbi degli investitori, sia azionari che obbligazionari, sulla capacità della società di sostenere finanziariamente un programma di costruzione così ambizioso. Dove si sono ritirati gli americani, alcune banche asiatiche hanno in parte sostituito il finanziamento — ma a tassi più elevati — mentre l’alternativa statunitense stenta a ricomporsi.

I costi di finanziamento sono praticamente raddoppiati dall’estate 2025, avvicinandosi a livelli tipici dei debitori non-investment grade. Il caso più emblematico: Blue Owl Capital, storico partner finanziario, ha abbandonato il progetto da 10 miliardi di dollari per il data center nel Michigan a causa di termini di debito sfavorevoli. Diversi lease per data center che erano in trattativa con operatori privati non sono riusciti a ottenere finanziamenti, bloccando la capacità di Oracle di espandere l’infrastruttura.

Non è tutto: Barclays ha avvertito che, in assenza di cambiamenti drastici, Oracle potrebbe esaurire la liquidità entro la fine del 2026.


La risposta: tagliare le persone per costruire le macchine

Di fronte a questo scenario, Oracle ha imboccato una strada che dovrebbe farci riflettere.

Secondo Bloomberg e la nota di TD Cowen, il piano prevede:

  1. Licenziamento di 20.000-30.000 dipendenti, che genererebbe tra 8 e 10 miliardi di dollari di flusso di cassa liberato. Alcune delle posizioni tagliate riguarderanno categorie che — nell’analisi interna — “l’AI renderà meno necessarie”.
  2. Raccolta di 45-50 miliardi di dollari attraverso un mix di debito e capitale proprio nel corso del 2026, come annunciato ufficialmente da Oracle il 1° febbraio 2026.
  3. Possibile vendita di Cerner, la divisione di software sanitario acquisita nel 2022 per 28,3 miliardi di dollari.
  4. Depositi anticipati del 40% richiesti ai nuovi clienti cloud, trasferendo di fatto parte del rischio finanziario all’utenza.
  5. Esplorazione di modelli “bring your own chip” (BYOC), in cui sono i clienti a fornire l’hardware, scaricando i costi di investimento dai libri contabili di Oracle.

Il meccanismo è di una chiarezza brutale: si licenziano esseri umani per finanziare le GPU. I lavoratori pagano — con il loro impiego — la costruzione dell’infrastruttura che, domani, potrebbe rendere obsolete ulteriori categorie di posti di lavoro.


Un segnale per l’intero settore

Oracle non è un caso isolato. In un quadro più ampio, il 2025-2026 ha visto:

  • Microsoft licenziare circa 15.000 persone nel 2025 mentre incrementava la spesa per data center e sviluppo AI.
  • Meta valutare tagli fino al 20% della forza lavoro con investimenti AI 2026 che superano i 135 miliardi.
  • Amazon annunciare decine di migliaia di licenziamenti con massicce iniezioni di capitali sull’infrastruttura cloud.
  • Block (la società di Jack Dorsey) tagliare quasi la metà del personale citando espressamente l’AI come motore di efficienza.

Nel solo 2026, fino a marzo, più di 55.000 lavoratori tech hanno perso il lavoro in 168 aziende, con l’AI citata come fattore in circa uno su cinque dei casi. Se il piano Oracle andasse in porto nella sua forma più aggressiva, quel numero potrebbe aumentare di oltre il 50% in un solo annuncio.


Il paradosso della “ricchezza per tutti”

C’è un’ironia amara in tutto questo. Oracle ha registrato nel terzo trimestre fiscale 2026 risultati superiori alle aspettative degli analisti. La sua divisione cloud HCM è cresciuta del 15%. Le revenue crescono. Non siamo di fronte a un’azienda in difficoltà operativa nel senso tradizionale.

Eppure si licenzia.

Il motivo è strutturale: la corsa all’AI richiede investimenti di capitale fisso enormi, con ritorni attesi non prima del 2030. Wall Street ha già comunicato a chiare lettere il suo giudizio: il titolo Oracle ha perso oltre il 54% del valore dal picco di settembre 2025 al marzo 2026, nonostante la crescita dei ricavi.

Il mercato finanziario premia chi costruisce l’infrastruttura del futuro, ma diffida di chi lo fa indebitandosi troppo. E nel mezzo, ci sono le persone.


Una domanda per chi fa legge, diritto e politica

Da notaio, mi occupo ogni giorno di contratti, di trasferimenti di patrimoni, di strutture societarie. Mi occupo — sempre più spesso — di AI applicata alla pratica professionale. E questa vicenda mi pone una domanda che ritengo essenziale:

Chi disciplina la responsabilità verso i lavoratori quando i licenziamenti non derivano da crisi economiche, ma da scelte strategiche di riallocazione del capitale verso infrastrutture tecnologiche?

Il diritto del lavoro italiano ed europeo è costruito su categorie — crisi d’impresa, ristrutturazione, cassa integrazione — nate in un’epoca in cui i licenziamenti erano sintomo di difficoltà. Oggi assistiamo a un fenomeno nuovo: licenziare non perché si va male, ma per investire meglio e più velocemente in macchine che sostituiranno ulteriore lavoro umano.

L’Unione Europea, con l’AI Act, ha iniziato a porre regole sulla sicurezza e sulla trasparenza dei sistemi AI. Ma la dimensione sociale e occupazionale dell’automazione resta in larga misura affidata alla buona volontà delle imprese e alle negoziazioni sindacali.

Il caso Oracle è, in questo senso, un banco di prova che ci riguarda tutti: professionisti, giuristi, legislatori, cittadini.


Manlio Carlo Soldani
Notaio in Domodossola
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Iscritto al Collegio Notarile di Verbania
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